Maimonide e il misticismo ebraico: la ragione ai confini dell’indicibile

Chi vede in Maimonide l’antitesi della Kabbalah non ha del tutto torto — eppure questa visione è riduttiva. Moses ben Maimon (1138–1204), noto come Rambam, è generalmente considerato il razionalista più sobrio del pensiero ebraico medievale: di formazione aristotelica, influenzato da al-Farabi e Ibn Sina, convinto che la ragione e la Torah non possano in ultima analisi entrare in conflitto. Tuttavia, la sua opera principale, il *Moreh Nevukhim* (Guida dei perplessi), contiene una dimensione che sfugge alla semplice categorizzazione come «razionalista»: una teologia apofatica che, nella sua radicale coerenza, ha in comune con il silenzio mistico dell’inesprimibile più di quanto sia riconoscibile a prima vista.
La teologia negativa come attraversamento di frontiere
Il nucleo della dottrina teologica di Maimonide risiede nella teologia negativa, la *via negationis*: a D-o non possono essere attribuiti attributi positivi senza mettere a repentaglio la sua unità (in ebraico *ejchad*). Se si dice che D-o è «saggio», in senso stretto si intende solo che non è ignorante; se si dice che sia «buono», si nega semplicemente il male come possibilità della sua natura. Questa apofasi coerente conduce a un concetto di D-o che va oltre ogni comprensione linguistica. Il linguaggio diventa un veicolo di fallimento, uno strumento paradossale che rimanda al proprio limite.
Qui si trova una parentela strutturale con la mistica ebraica, in particolare con la Kabbalah tardiva: anche nella concezione cabalistica dell’*Ein Sof* (letteralmente: «senza fine», l’infinito) è inscritta l’idea che l’essenza divina stessa rimanga completamente trascendente e definitorialmente inaccessibile. Le *Sefirot* — le dieci emanazioni divine — sono necessarie proprio perché l’*Ein Sof* non può rivelarsi direttamente allo spirito umano. Ciò che Maimonide raggiunge attraverso la negazione razionale, la Kabbalah lo ottiene attraverso un sistema simbolico di mediazione. L’obiettivo è diverso; la tensione epistemica di fondo : voler pensare D-o, è ciò che supera il pensiero .
Profezia, intelletto ed esperienza mistica
Un’altra zona di contatto risiede nella dottrina profetica. Maimonide non intende la profezia come un intervento soprannaturale dall’esterno, ma come perfezionamento dell’intelletto umano: il profeta è quell’uomo il cui *sekhel* (intelletto) ha raggiunto il livello più alto di connessione con l’*Intelletto Attivo* (*sekhel ha-po’el*, nella terminologia aristotelica: *nous poietikos*). La profezia è quindi innanzitutto un evento epistemico — ma non privo di implicazioni estatiche. Proprio nelle parti più difficili da comprendere del *Moreh*, Maimonide suggerisce che la più alta conoscenza intellettuale sfocia in una sorta di raccoglimento contemplativo che, se non altro, sfiora ciò che altri definirebbero unione mistica.
Gershom Scholem, il fondatore della moderna ricerca sulla Kabbalah, ha definito con precisione questa ambivalenza: Maimonide non sarebbe stato un mistico, ma le conseguenze della sua filosofia avrebbero, contro la sua volontà, si potrebbe dire, aperto spazi al pensiero mistico.
I suoi allievi ed epigoni, in particolare nella tradizione andalusa e nordafricana, hanno spesso colmato queste aperture in direzione della speculazione mistica.
Il silenzio esoterico
Non da ultimo, la *struttura* stessa del *Moreh Nevukhim* è illuminante. Maimonide scrive espressamente per coloro che sono «confusi», per i lettori colti, lacerati tra la ragione filosofica e la tradizione religiosa. Allo stesso tempo, mette in guardia dall'insegnare pubblicamente i capitoli più profondi, in particolare quelli sul *Ma'asei Bereshit* (opera della creazione) e sul *Ma'asei Merkava* (opera del carro del trono). Questi due ambiti sono considerati nella tradizione rabbinica le parti più esoteriche della tradizione ebraica; il *Ma'asei Merkava* non è altro che il fondamento della mistica Merkava del primo giudaismo.
Il silenzio di Maimonide al riguardo non è quindi casuale: egli scrive dell'indicibile, contrassegnandolo come indicibile e tuttavia accennandolo parzialmente. Anche questa è una forma di pensiero mistico, non esperienza in senso estatico, ma una pausa epistemicamente umile di fronte a ciò che sta al di là del dicibile.
Conclusione
Maimonide e la mistica ebraica non formano una coppia armoniosa , la Kabbalah si è sviluppata in parte in confronto con lui, a volte contro di lui. Eppure sarebbe errato trattare le due correnti come semplicemente opposte. La teologia apofatica del Rambam, la sua dottrina profetica e il suo silenzio esoterico sulla tradizione della Merkava rivelano che la filosofia razionalista e il pensiero mistico nell’ebraismo medievale non erano separati da una linea di demarcazione netta, ma da una zona di tensione produttiva, in cui entrambi si alimentavano a vicenda, senza volerlo sempre ammettere.
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*Bibliografia consigliata: Gershom Scholem, “Zur Kabbala und ihrer Symbolik” (1960); Sara Klein-Braslavy, “Maimonides' as Biblical Interpreter” (2011); Kenneth Seeskin, “Maimonides on the Origin of the World” (2005).*
Progetto di dissertazione di: Mag. Gaetano Liguori
Supervisore: Univ. Prof. Mag. Dr. Christian Kanzian, Instituto di Filosofia Cristiana
